Breve storia del porto di Cagliari Stampa

di Francesco Cesare Casula
(già ordinario di Storia Medioevale all’Università di Cagliari e direttore dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del Consiglio Nazionale delle Ricerche)

La storia del porto di Cagliari, situato nel Golfo degli Angeli – se fin dall’antichità, per porto, s’intende un approdo facile e ben riparato – inizia con la venuta dell’uomo stabile in Sardegna nel tardo Paleolitico, circa 6000 anni avanti Cristo, e prosegue in forma supposta ma logica per tutto il periodo prenuragico e nuragico fino all’arrivo nell’isola delle prime golah e hippos fenice in rotta per la Britannia intorno al mille avanti Cristo, che lo resero d’importanza primaria e insostituibile per gli scambi commerciali nel Mediterraneo.

Secondo le testimonianze archeologiche, era collocato preferibilmente nella zona di San Paolo, all’interno della laguna di Santa Gilla, ma non doveva avere strutture permanenti. Si pensa che si sia spostato in un miglior sito fuori dello stagno, press’a poco dov’è adesso la banchina di via Roma, allorquando, da semplice emporio e scalo per merci in transito, trascorsi un paio di secoli divenne il porto naturale della Caralis fenicia e poi cartaginese, incentrata nei pressi dell’attuale piazza del Carmine.

Come si sa, in seguito alle guerre puniche fra la fine del 238 e i primi mesi del 237 a.c. un esercito romano al comando del console Tiberio Sempronio Gracco prese possesso della Sardegna semitica senza quasi incontrare resistenza perché i Cartaginesi, ormai stremati, pagavano ancora le dure condizioni della disfatta bellica di tre anni prima con la battaglia delle isole Egadi. Caralis divenne, così, il capoluogo della seconda provincia di Roma, e il suo porto il centro d’irradiazione di tutte le azioni politiche e militari per la conquista effettiva dell’intera l’isola.

Nell’estate del 215 a.c. vi sbarcarono 22.000 fanti e 1.200 cavalieri di Tito Manlio Torquato per reprimere la rivolta del sardo-punico Ampsicora, e, in seguito, tutti gli eserciti mandati per sedare le resistenze antiromane dei Barbaricini fino almeno al 104 a.c.

All'inizio dell'Impero, all'interno delle città litoranee sarde, fra cui Caralis elevata al rango di municipio, gli amministratori erano latini. Un ufficiale imperiale costiero (procurator ad ripam) controllava lo scalo per l'esazione dei dazi doganali e l'ammasso delle merci trattate dagli imprenditori e appaltatori di trasporti (navicularii) e dagli uomini d'affari e commercianti all'ingrosso (negotiantes). La principale merce d'esportazione era sempre il grano, coltivato nelle vaste proprietà terriere con agricoltura estensiva, chiamate latifundium, Altro prodotto importante era l'argento e il piombo, estratto principalmente dalle montagne oggi dette dell'Iglesiente, dove sorgeva la cittadina di Metalla nei pressi del tempio di Antas dedicato al Sardus Pater, antico Sid-Babài.

Ma era esportato anche il rame cavato soprattutto dalla miniera prenuragica di Funtana Raminosa, presso Gadoni.

Infine si esportava il sale, indispensabile per il condimento dei cibi e la conservazione delle carni e dei pesci, raccolto quasi tutto negli stagni fra Caralis e Quarto (Quartu Sant'Elena).

Venivano, in quantità minore, i vini, le pelli, le lane, i formaggi e gli altri prodotti dell'agricoltura e della pastorizia sarda. Di contro, s'importavano i manufatti e le materie lavorate.

Intanto il tempo passava. Erano trascorsi 753 anni dalla fondazione di Roma, e 27 anni da quando Augusto aveva assunto l'auctoritas imperiale, che in uno sperduto villaggio della Palestina giudaica, chiamato Bethlem, nacque Gesù, crocifisso nel 30 o nel 33 della nostra Era sotto Tiberio per aver predicato l’uguaglianza fra le genti in una società fatta, all’ora, di uomini liberi, di servi e di schiavi senza alcun diritto. Fu un evento assolutamente insignificante per tutti i Romani ma d’importanza eccezionale per il futuro del’umanità.

Caralis fu la prima città portuale ad accogliere nel 190 i deportati cristiani condannati per la loro fede ai lavori forzati nelle miniere (ad metalla) dell'Argentiera del Sigerro (Iglesiente); e, quindi, fu la prima città a conoscere, fuori di Roma, la nuova religione del Cristo, l'unto del Signore.

Nel 397 così la descrisse fisicamente il poeta alessandrino Claudio Claudiano: «… la città di Caralis, dirimpetto alla Libia, fondata dai potenti Fenici, si sviluppa lungo il litorale con un piccolo colle (= il colle di Sant’Elia) che s’insinua nel mare e rompe la violenza dei venti, e, nel mezzo, si forma un porto, e in un’ampia insenatura, riposano le acque».

Sessant’anni dopo i Vandali di Genserico l’occuparono insieme a tutta la Sardegna costiera e, di lì a poco, pure l’Impero Romano d’Occidente terminò la sua esistenza.

Ancora una volta il porto cittadino fu teatro di avvenimenti spettacolari, come la proclamazione d’indipendenza da parte del liberto Goda, la sua morte ad opera di Zazone/Tata, l’arrivo delle dromoni bizantine nel 534 e il ritorno dell’isola nell’ambito dell’Impero Romano, quello d’Oriente.

La cosiddetta dominazione di Bisanzio durò, da noi, circa trecentocinquant’anni, interrotta dalle reiterate incursioni arabe che, a partire dal 709, dal Maghreb avevano preso ad attaccare in gihad (= guerra santa) Caralis e le altre città litoranee sarde costringendo gli abitanti ad abbandonare le proprie case e a rifugiarsi nell’interno del territorio, per meglio difendersi organizzati in entità sovrane con titolo di regno, malamente dette “giudicati” dalla storiografia corrente.

Le popolazioni calaritane si ritirarono dietro gli acquitrini della zona di Campo Scipione-San Paolo, sistemandosi nella panchina tirreniana che dall’attuale Città-mercato arriva fino al quartiere di San Michele, dove fondarono Santa Igìa, capitale dello Stato. Il nuovo porto per le navi fu posto dentro lo stagno di Santa Gilla, reso sicuro da una catena che bloccava al nemico l’imboccatura del ponte della Scafa.

Passato il pericolo musulmano, riaperto il Tirreno al traffico commerciale, nel 1216 i sovrani del Regno di Càlari commisero l’errore di concedere l’autorizzazione ad un gruppo d’imprenditori pisani per costruire una cittadella fortificata sulla sommità del colle dove un tempo si trovava il quartiere militare della Caralis romana, con ai piedi il porto di Lapòla (la cui darsena fu costruita nel 1262) che divenne ben presto «la chiave del Mediterraneo». La chiamarono Castel di Castro.

La convivenza fra Santa Igìa e Castel di Castro non resse a lungo. Nel 1257 una coalizione militare, formata dagli altri tre regni giudicali filopisani e dallo stesso Comune di Pisa, convergendo dall'entroterra e dal mare, assalì Santa Igìa che si arrese il 20 luglio 1258 al quattordicesimo mese di guerra, e fu completamente abbattuta. Terminò con essa, dopo circa 358 anni, l’antico Regno indigeno di Càlari. Il suo territorio divenne una colonia oltremarina di Pisa, con capoluogo il comune di Castel di Castro di Càlari (col tempo il toponimo fu ridotto al solo appellativo di Càlari, poi Caller/Callari e, infine, nel 1692, fu italianizzato in Cagliari).

Castel di Castro (Cagliari) era collegata al porto tramite il quartiere fortificato de La Marina che scendeva dalla porta leonina fino allo scalo navale lungo il tracciato delle odierne via Baille e via Barcellona, con "loggia", case, magazzini (entica), uffici e cantieri. L'ancoraggio a mare era delimitato da una palizzata a semicerchio con due imboccature, d'entrata e d'uscita, sbarrabili con robuste catene.

Subito dopo il 1258, ai piedi dei versanti est ed ovest della rocca si formarono i due villaggi di Stampace e di Villanova che raccoglievano i profughi di Santa Igìa e i Sardi distrettuali in cerca d'occupazione. Erano cinti anch'essi da mura con torri e porte d'accesso, e considerati appendici della città.

I titoli politici di Castel di Castro (Cagliari) non erano affidati ad un podestà, come in quasi tutti gli altri Comuni italiani a cavallo del Trecento, ma a due castellani nominati annualmente da Pisa. Essi governavano insieme al Consiglio degli Anziani espresso nel parlamentum dal popolo, diviso, strada per strada, in "compagnie" (societates rugarum) svolgenti una stessa attività artigianale o commerciale. Mentre le attribuzioni civili, penali e militari erano regolate da uno statuto che si chiamava Breve di Castel di Castro, oggi perduto, le attribuzioni commerciali erano disciplinate dal Breve del porto (Breve portus kallaretani) fortunatamente rimastoci in lingua italiana, emanato in sessantotto capitoli il 15 marzo 1318 ed applicato da due consoli dei mercanti, assistiti da dodici consiglieri e da un camerlengo con compiti di esattore dei diritti doganali, di cassiere e di custode dei registri di carico.

Questa struttura rimase inalterata anche quando nel 1324 i Catalano-Aragonesi, per realizzare una tappa fondamentale nella “ruta de las islas” che arrivava diretta fino ai mercati del Vicino Oriente, conquistarono la zona pisana dell’isola e fondarono con la sua ecumène (= territorio, popolo e patrimonio) il Regno di Sardegna il quale, per una strana sorte del destino si ampliò, varcò il mare e, nel 1861, divenne Regno d’Italia, oggi Repubblica Italiana.

Il porto di Cagliari rimase di primaria importanza, supportato dal vicino portu salis, fino alla scoperta dell’America, quando l’asse commerciale principale passò dal Mediterraneo all’Atlantico. Quindi, cominciò a decadere. Nel 1610 il visitatore regio Martin Carrillo lo vantava ancora come «… bellissimo per essere al sicuro dai pericoli del mare e molto capace», ma più come tappa di passaggio che come centro di commerci.

Il Regno di Sardegna restò aggregato agli altri Stati della Corona d’Aragona e, poi, di Spagna, fino al 1720. In conseguenza della guerra di Successione spagnola si sganciò da quest’ultima Corona e si federò col Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza, retti dalla casata dei Savoia. Con essa si italianizzò nella lingua e nei modi. Nella nuova veste sono scritti nella raccolta di Editti e Pregoni del Sanna-Lecca tutta una serie di provvedimenti riguardanti il porto cittadino, dall’indicazione dove «… devono deporsi i rottami, le sozzure e i bastimenti sdruciti…» a «…ove dee riporsi la polvere d’archibugio che si dee estrarre dai bastimenti prima di entrare in darsena…», ecc. ecc.

Quello che successe in epoca moderna e contemporanea è più storia del mare antistante Cagliari che storia del porto vero e proprio: l’attacco della flotta rivoluzionaria francese nel 1792-93, le solite incursioni barbaresche nei litorali del golfo finite col Congresso di Vienna nel 1815, la prima linea marittima Cagliari-Genova istituita nel 1835…

Infine, il Risorgimento; il cambio del nome allo Stato il 17 marzo 1861 e l’entrata dell’Italia nel novero delle grandi Nazioni europee.

L'aspetto ultimo del porto come lo vediamo oggi è ancora quello del '900. Ha perso le mura che lo separavano dalla via San Francesco da Paola (attuale via Roma); ha perso il Palazzo di Sanità, nel molo omonimo, dove si controllavano gli animali e le merci in arrivo per paura che fossero contaminati e diffondessero qualche brutta epidemia. In sostituzione fu allontanata la riva portuale dal quartiere de La Marina, e fu costruito il molo della Darsena e quello Sanità. Un maggiore ampliamento del bacino di attracco si ebbe dopo la seconda guerra mondiale con la ricostruzione urbana di Cagliari sconvolta dai bombardamenti anglo-americani.

Oggi, che non è più attivo il terminale marittimo del sale, sono state avviate altre attività che ne hanno fatto un terminal moderno multifunzione.