Autorità Portuale di Cagliari

  • Decrease font size
  • Default font size
  • Increase font size
  • Italian - ItalyEnglish (United Kingdom)
1.png
Il porto di Cagliari dall’età preistorica all’età romana PDF Stampa E-mail

di Vincenzo Santoni
(già Soprintendente per i beni archeologici delle province di  Cagliari e di Oristano
e ad interim delle province di Sassari e Nuoro)

Il luogo di partenza e di approdo in età preistorica. 

  Le ricerche di archeologi del XIX e del XX secolo hanno fornito un quadro conoscitivo relativamente chiaro sulle preesistenze preistoriche che investono il territorio  urbano di Cagliari. Esse sono distribuite in gran numero sul promontorio di capo S.Elia / Calamosca, con diversi  contesti culturali compresi dal neolitico a ceramiche impresse cardiali dell’area medio – tirrenica (VI mill. a.C) sino all’orizzonte del Bronzo Finale della Grotta dei Colombi (fine XII, inizi IX sec.a.C.). In area urbana, si registrano contesti del neolitico antico di Viale Bonaria, del neolitico antico medio a microliti geometrici dello stagno di Santa Gilla,  del neolitico finale proto eneolitico (fine IV/inizi III mill. a.C.) di Viale Trieste, di via Po / via Brenta (scavi Tronchetti/1993), di via Is Maglias, di Su Planu – Su Pirastru, di Cuccuru Biancu e di Cuccuru Serra. L’orizzonte eneolitico del San Michele attardato (I metà del III mill. a.C) è presente in stazioni di Monte Urpinu, di Terramàini, di Serriana e di Su Coddu di Selargius e in contesto di plausibile derivazione funeraria dal colle di Bonaria. L’ambito eneolitico di cultura Monte Claro è attestato lungo sezioni parietali di via Is Mirrionis e nelle tombe  Villa Claro / Ospedale psichiatrico, in via Basilicata e a  Sa Duchessa. Le presenze  nuragiche sono limitate a reperti sporadici,  teste di mazza e macinelli litici sui colli di San Michele e di Tuvixeddu, una testa di mazza in andesite dalla grotta di Santa Restituta  ed una forma di fusione litica di via Po, via Brenta (scavi Tronchetti, 1993); nella periferia orientale di Pirri è noto il villaggio di Is Bingias/Terramàini, del BR/BF (XIII – X sec. a. C.).

          Volendo individuare i siti di possibile approdo in età preistorica, sono utili le valutazioni del Pecorini, nell’analisi geomorfologica di S.Igia e di altri contesti insediativi dell’evo antico (Nora, Tharros, Bithia, S.Andrea di Quartu S.Elena), interessati da fenomeni di sommersione, e dove il sostrato geologico è rappresentato dalla c.d. panchina tirreniana; facendo riferimento  alla Cagliari attuale, essa si estendeva dalla piazza del Carmine fino a S.Avendrace – Fangario”, areale cittadino  nel cui sottosuolo  esiste una falda freatica da cui attinge il pozzo comunale più ricco d’acqua della città, presso il Mercato, all’angolo con via Nazario Sauro.

          Su uno dei tratti della corrispondente linea costiera dobbiamo ipotizzare l’area di  approdo per i prenuragici e nuragici; ciò  alla maniera di quanto poi potrà verificarsi per gli orizzonti fenicio e punico e per le scelte portuali successive dell’evo antico, sino al momento attuale,  con i graduali scostamenti “solo lungo la sponda occidentale del promontorio calcareo di Tuvixeddu S.Elia”, che “presentava una piattaforma ospitale e accessibile”. I ritrovamenti preistorici  di viale Trieste, di via Po / via Brenta e di Tuvixeddu, bene si  coniugano con la ipotesi  di dislocazione del porto lungo il tratto costiero compreso fra via S.Avendrace – Fangario.  

         Come è noto, sono rari e parziali i ritrovamenti subacquei di reperti preistorici intorno all’isola. Uno di essi è riferibile ad un relitto nuragico “di imbarcazione che trasportava, tra l’altro, un carico di piombo”, non lungi dal Rio Dom’e S’Orcu di Arbus, a non più di 200 m. dalla costa. Altri ritrovamenti sono dati dalle  ancore di pietra di Nora, con un foro, utili per l’ ormeggio, secondo la lettura datane dal Cassien e da altre due  ancore, con un foro di Plage ‘e Mesu di Gonnesa, confrontate con quelle restitutite, presso le coste della Turchia, dai relitti di Ulu Burun, naufragato intorno allo scorcio del XIV sec. a.C. e di Capo Gelidonia, del c.d. Tardo Elladico IIIB /IIIC, con reperti compresi fra il 1300 e il 1050 a.C. e di Porto Cugnana di Olbia. Altri ritrovamenti costieri di ancore litiche subtrapezoidali a tre fori, c.d. composite,  interessano l’isola della Bisce presso La Maddalena e i centri di Stintino e di Santa Teresa di Gallura. Una testa di mazza in roccia dura, del tipo abbastanza comune nei siti nuragici dell’entroterra del golfo di Cagliari del BR/BF,  fu rinvenuta intorno alla metà degli anni “80 del secolo scorso dall’Ispettore Onorario Sig. Nicola Porcu, nei fondali marini presso punta Piscinnì di Teulada. Non è da escludere l’ attribuzione ad ambito nuragico dei due esemplari di ziri rinvenuti nelle acque di Villasimius, rapportabili in linea di massima con i noti ziri del Bronzo Finale e/o I Età del Ferro.

          In merito alla fisionomia delle imbarcazioni in uso in età preistorica, per l’ambito prenuragico non è erroneo fare riferimento al relitto culturale dei fassois o fassonis  di Cabras, già documentato in uso, insieme con riscontri etnologici nella balsas peruviane del Lago Titicaca,  su documento dell’Archivio di Stato  di Cagliari del 12 dicembre 1616, e forse già rappresentato sui graffiti parietali dell’ipogeo di San Salvatore di Sinis, secondo la lettura datane da D.Levi, per riconoscervi il possibile  modello di imbarcazione idoneo per le attività di pesca all’interno dello stagno di Santa Gilla e in aree prossimali del golfo, già da età preistorica.  Altra imbarcazione proponibile per la sua adattabilità in aree lagunari e sub costiere è data dalla piroga del neolitico antico del Lago di Bracciano, ricavata da un tronco di quercia, con molta probabilità quercia – rovere (Quercus sessilis Ehch), inquadrata in termini di cronologia calibrata intorno al 6565  +/- 64 B.P., cioè al 5450 a. C..

          Nulla sappiamo delle imbarcazioni neolitiche che  hanno portato l’ossidiana sarda in regioni  centro - settentrionali della penisola italiana, in Corsica e nel Midì francese e, nell’eneolitico avanzato, i frammenti di vasi tripodi  Abealzu che approdarono  in piazza della Signoria di Firenze. Nulla sappiamo sulle imbarcazioni che, fra l’eneolitico finale e il Bronzo Antico (fine del III / inizi del II mill. a.C.) hanno introdotto in Sardegna le idee e le sollecitazioni  di cultura campaniforme, perchè poi venissero rielaborate nel segno e nel timbro isolano  e  ritrasmesse nel Bronzo Antico, insieme con altri inputs  culturali del megalitismo dei nuraghi a corridoio, in direzione del versante centro occidentale della Sicilia, come stimoli  per la realizzazione dei sesi di Pantelleria e per l’attivazione del campaniforme siciliano, secondo le attendibili ipotesi di lettura proposte di recente da S.Tusa.  Disponiamo invece di sufficienti informazioni sulla tipologia delle imbarcazioni preistoriche e protostoriche  in uso nel  Bronzo Finale (fine XII – inizi IX sec. a.C.)  e nella prima Età del Ferro (inizi IX, metà VIII sec. a.C.),  stante la ricca documentazione di modellini di barchette in bronzo, di varia provenienza da santuari e da edifici di culto; tali barchette sono la trasposizione dal reale di ben articolati tipi formali, di barche e navi a fondo piatto e di navi a scafo tondo della classificazione di Marco Bonino, “corrispondenti alle sutiles naves, “navi cucite” documentate dall’età arcaica all’età romana”.

     Il tipo di imbarcazioni dovette essere utilizzato per i collegamenti trasmarini con l’ambito Ausonio II di Lipari, forse proprio a partire dal golfo di Cagliari e/o da Oristano, e più in generale  dalla Sardegna e per i collegamenti con le restanti aree del Mediterraneo, in aree villanoviane di Etruria, in Campania e Calabria, a Kaniale Tekkè di Creta, a Cartagine, e nella penisola iberica, a El Carambolo, a Huelva e a Gadir. Non è escluso che tali imbarcazioni o affatto simili siano state utilizzate per i collegamenti trasmarini con l’Ausonio I di Lipari, con Cannatello di Sicilia, e con Kommos  a Creta, nel quadro del Bronzo Recente di XIII - XII sec. a.C.. E’ in questo periodo che i contesti micenei del XIII/XII sec. a. C. arrivano all’Antigori di Sarroch, nel cuore pulsante del golfo di Cagliari, insieme con la ricca produzione della ceramica grigia dell’entroterra del Campidano, assimilabile a quella prodotta in aree meridionali della penisola italiana, a  Broglio di Trebisacce (Cosenza).

 

          Il porto in età fenicia e punica.

          In ordine alla elaborazione strutturale della Cagliari fenicia e punica, l’analisi a suo tempo elaborata dal Barreca nella esplorazione di S.Igia,almeno in larga parte, mostra di resistere al tempo, allorquando ribadisce per punti  che “Karali sorse come scalo fenicio permanente”  e che “le località di S.Avendrace  / Tuvixeddu, San Paolo e S.Gilla / Campo Scipione risultano, finora, le uniche ad aver restituito manufatti fenicio – punici databili fra il sec. VI e il II a.C.”. (…), mentre  “Karali, nel sec. IV – III a. C., occupava approssimativamente l’area dell’attuale Cagliari vecchia e più precisamente Castello, dove era localizzata l’acropoli; Stampace e Marina, dove era la città bassa con la piazza del mercato (…) adiacente al porto, che utilizzava la laguna di S. Gilla; S.Avendrace / Tuvixeddu e Villanova / Bonaria dove erano le necropoli rispettivamente settentrionale e meridionale di Karali; San Paolo, in cui deve localizzarsi quasi certamente il tophet.” Le successive ricerche  a S.Gilla a cura di  D.Salvi, in via Brenta a cura di C. Tronchetti  e in Vico III Lanusei, a cura  di R.Martorelli, D.Mureddu bene arricchiscono il quadro, con alcune positive integrazioni. C.Tronchetti osserva che “la fondazione fenicia di Cagliari fra l’VIII e il VII sec. a.C. rimane verosimile e probabile, ma anche tuttora soltanto ipotetica”. Diversi materiali di importazione (frammenti di bucchero, di ceramica etrusco corinzia, di coppe greco – orientali e di una aryballos globulare corinzio), sempre secondo Tronchetti, “consentono di confermare che l’insediamento fenicio di Cagliari si può localizzare presso la riva dello stagno di Santa Gilla ed è databile almeno allo scorcio del VII sec. a.C.”. Permane tuttora in attesa di verifica l’ipotesi suggestiva di Barreca della “costituzione di un insediamento fenicio iniziale a Sa Illetta, estesosi o spostatosi più tardi sulle rive della laguna nella località di S.Gilla/Campo Scipione, essendo conforme ad una tipologia di sviluppo urbanistico attestata altrove in ambito fenicio (ad es. Mozia, con la necropoli di Birgi)”.

          Per l’orizzonte fenicio, si sono potute distinguere due rotte che, dalla Sardegna settentrionale (v. il porto di S.Imbenia di Alghero), sino alla metà dell’VIII sec. a. C.,  consentivano di raggiungere l’Etruria settentrionale e, da altro lato, l’area medio tirrenica laziale, sia dalla Sardegna, sia da Cartagine, nel terzo quarto dell’VIII sec. a.C.. Insieme con il vino fenicio, che approda in Etruria e nel Latium Vetus, in anfore di produzione cartaginese o sarda, vi arrivano anche sia i prodotti fenici quali le coppe metalliche, le oreficerie e le uova di struzzo, sia pendenti e scarabei in faience egizi, dagli stanziamenti sardi, con mediazione fenicia.  In parole semplici, nei traffici dei centri fenici vi è la compartecipazione di merci e uomini di culture diverse. La diffusione del bucchero si afferma nei porti sardi verso il 630 a.C., con vasi potori e oinochòai di prevalente produzione ceretana, ornati a ventaglietti o a decoro lineare. I porti fenici della Sardegna ricevono ceramiche etrusche prodotte nelle poleis dell’Etruria meridionale; trattasi soprattutto di vasellame etrusco corinzio che circola tra il 580 e il 540/530 a. C..

          La marineria fenicia, insieme con quelle etrusca e greca, nella battaglia di Alalia del 535 a. C. circa, utilizzarono le navi da guerra note con il nome di pentecontere, già in uso fin dall’VIII sec. a.C.; erano lunghe circa 30 m. e larghe meno di 5, munite di un albero con pennone ed erano spinte da 24 rematori per lato, più due timonieri a poppa.

          Con il passaggio al dominio cartaginese intorno al 510 a.C., la Sardegna assume una spiccata centralità in tema di sviluppo della cerealicoltura. E’ in questo periodo che ha luogo la straordinaria produzione delle anfore c.d. “a sacco” di V / inizi IV e “a siluro”, di fine V – IV sec. a.C.. Recentemente è stato sostenuto che il grano sardo sarebbe confluito nella Neapolis campana, il porto cerealicolo per i rifornimenti ad Atene, da dove sarebbe  stato importato in Sardegna il vasellame attico a figure rosse e a vernice nera.   Come è noto, le anfore a sacco e a siluro sono emerse dalle prime indagini subacquee condotte presso il sito costiero di Su Mòguru di Santa Gilla (scavi Filippo Vivanet 1891 / 1892)  e nelle  indagini di scavo più recenti, all’interno della stessa laguna, a cura di R.Zucca e G. Nieddu, 1988 e di  P.Bernardini, E.Solinas 1987/1988. Non casualmente, in associazione con queste anfore, osserva R. Zucca, “non mancano le anfore ioniche del VI sec. a.C., massaliote del IV sec. a. C. e corinzie tipo A del VI sec. a.C.”.

          In analogia con altri contesti punici (Nora, Othoca, Olbia e Ibiza), le anfore contenevano ovicapridi e bovini macellati, insieme con noccioli – forse di oliva -  e pinoli. Come è noto, il deposito subacqueo di S.Gilla posto in luce dal Vivanet si articolava nel “settore delle terrecotte figurate “ e nella “zona delle anfore”, plausibilmente in rapporto con due funzioni distinte. Il primo settore comprende numerosi ex voto antropomorfi  maschili e femminili, maschere sileniche, numerose mani, mani chiromantiche, piedi, tori, levrieri, molossi, teste di coccodrillo, grifi. Dal Moscati si è supposto che le terrecotte figurate siano  riferite al contesto votivo di un santuario “che doveva trovarsi nella zona e la cui natura non doveva differire di molto da quella dei numerosi santuari italici che fiorirono nella tarda età ellenistica  e nella prima età romana”, tra la fine del III e il II sec. a.C..

       Un diverso orientamento culturale e cronologico è stato formulato dal Nieddu che  richiama a confronto la produzione agrigentina della seconda metà del IV sec. a.C.. Su posizioni distinte da Moscati e da Bartoloni, mostra di collocarsi la Salvi, in merito all’inquadramento del repertorio materiale fittile, in parte assimilabile a quello di Su Moguru, già venuto in luce nel 1936 e nel 1937, nell’area di mare antistante al porto attuale “dove attraccano le navi di linea”, presso il Molo di Ponente.

          Infatti la Salvi, mentre ribadisce da un lato che il deposito di Santa Gilla “presentava materiali soltanto punici, distinti per tipologie: anfore, ex voto, stoviglie”, per altro anche ripropostisi in parte sulla terraferma, con le diverse matrici di via Brenta “– di un pesce, di un topo, di un leone, di una mano, di un minuscolo busto femminile –“, dall’altro, in considerazione della venuta in luce di un ex voto fittile, una mano con iscrizione punica, pure attestata sui due piedi fittili, anche essi provenienti dal porto di Cagliari, non può non ribadire l’attribuzione punica alla produzione degli ex voto, insieme con quella delle ceramiche, “entro la prima metà del III sec. a.C,” stante il fatto che la eventuale continuità di produzione in età repubblicana “presupporrebbe  l’esistenza improbabile di una immutata committenza – avvenuta dopo la conquista romana della Sardegna (238 a.C.)”.

           Con il IV sec. a. C., i Cartaginesi  introdussero la tetrera, con una sola fila di remi per lato, ma con l’applicazione di quattro rematori per ciascun remo; erano previsti 25 remi per lato e quindi un equipaggio di 200 rematori, più 30/40 marinai di coperta.  Con i primi decenni del III sec. a.C.,  vide la luce “la regina dei mari” dell’età ellenistica, la pentere, nave lunga circa 40 m.e larga circa 6 m., armata con 25 remi per lato, a cui erano preposti cinque rematori per ciascuno, con due castelli, uno a prua ed uno a poppa; su quello di prua erano previste le catapulte per lanciare pietre o frecce infuocate. 

          Il porto della Karales romana repubblicana,  imperiale e tardo-antica.

          La posizione assunta dalla Salvi in ordine all’inquadramento culturale delle terrecotte votive e delle anfore di Su Mòguru di S.Gilla è derivata, vuoi  dai dati di scavo nell’area della Karaly punica di via Campo  Scipione / via Po, vuoi  dal quadro dei mutamenti culturali riscontrati in viale Trento, dove ad un tempio punico subentra un luogo di culto italico e, soprattutto, a Tuvixeddu con la introduzione dei rituali funerari dei busta (cremazione) intorno alla fine del III / metà del II sec. a.C.,  con ogni probabilità collegati “all’arrivo delle popolazioni italiche, conseguente alla conquista romana della Sardegna”.

          Non casualmente, sempre entro tale cornice, la Colavitti individua nel teatro – tempio di via Malta, formulato secondo i modelli italici di Iuno Gabina a Gabii, di Hercules Victor a Tivoli e del Teatro di Pompeo a Roma,  l’epicentro strutturale e ideale dell’urbanistica romana repubblicana, conseguito come esito  “del peso politico della classe dei negotiatores italici che fecero di Karales un punto chiave dei loro traffici mediterranei, investendovi i loro capitali anche con l’acquisto di terreni nell’entroterra karalitano per il monopolio della coltura granaria ed il reinvestimento dei prodotti commerciali”. Secondo il Mastino, il tempio di Via Malta “potrebbe essere identificato con il tempio di Venere (e di Adone?) ricordato sulle monete dei sufeti Aristo e Mutumbal Ricoce, forse collegati alla creazione del municipio di Karales nel 46 a.C..

          Nel II sec. a. C. sono presenti a Cagliari autorevoli esponenti di una borghesia medio – italica, come ad esempio M.Ploti(us) Silonis f. Rufus su epigrafe della fullonica di via XX settembre a Cagliari; così sono  pure di origine italica L. Cassius Philippus  e la moglie Atilia Pomptilla della <<grotta delle vipere>>, della fine del I sec. d.C., della necropoli occidentale della Carales romana . (Zucca 1992). Sul tema della riconversione di Karaly punica nella Karales romana, R.Zucca sostiene di non poter escludere che la forma plurale di “Karales – Carales sia nata nel momento in cui le due entità urbanistiche distinte della KRLY (Karaly) punica e del vicus Caralis romano si fusero nella Carales costituitadopol’abbandono, nel II sec. a.C., del centro urbano punico, ubicato lungo la costa orientale della laguna di S.Gilla”.  

          Secondo le notizie riportate da Livio, nel 215 a. C. approdano al porto di Caralis le navi di Tito Manlio Torquato, che interviene in Sardinia per sedare la rivolta sardo – punica di Ampsicora.  La presenza di cantieri navali (navalia) presso il porto di Cagliari è stata presupposta sulla base della notizia di Livio del restauro a Karales, nel 202 a.C., delle navi del console Tiberio Claudio Nerone semidistrutte da una tempesta lungo le coste sarde.  

          La localizzazione del porto in età romana è stata indicata “nell’attuale darsena, in corrispondenza con l’area compresa tra la piazza del Carmine e via XX Settembre” (Zucca 2005/B).

          I ritrovamenti derivati dalla prossima via Campidano, con gli scavi di D.Mureddu del 1992, sono stati attribuiti in stretta connessione con l’area portuale. I reperti ceramici di spicco dello str. n.5 del deposito sono costituiti da frammenti di anfore Dressel 2 – 4 di età imperiale, ma anche da “anfore di produzione africana databili al IV – V sec. d.C. di diverse epoche e fabbriche, ceramiche a vernice nera (II – I a.C.), pareti sottili (I a.C. / I d.C.), sigillata chiara pertinente ai primi secoli dell’impero. Sono stati recuperati anche alcuni reperti integri, fra cui un’anfora miniaturistica punica, un unguentario e, fra i reperti più tardi, uno spatheion, forma in uso almeno fino al VI sec. d.C.”. Il deposito culturale risulta perciò compreso fra la tarda età repubblicana  e i primi secoli della dominazione bizantina. Nel medesimo deposito sono associati conci calcarei, con sezione trapezoidale retta,  rapportati dalla Mureddu a quelli rinvenuti dal Mingazzini nel teatro – tempio di Via Malta (Mureddu, Relazione 11 luglio 1992: Archivio Soprintendenza).

          L’entroterra urbano immediatamente retrostante all’area di scavo Mureddu 1992, tra via Campidano e viale Diaz, è stata supposta da Zucca come la sede più idonea per lo stanziamento del campo dei classiarii della flotta misenense, cioè nell’area più prossima, ad oriente di viale Regina Margherita, dove nel 1886, dirimpetto all’albergo Scala di Ferro, gli scavi del Nissardi posero in luce le tombe ad incinerazione con i relativi cippi di milites del I e del II sec. d.C..

         I successivi interventi di scavo, a cura di D.Mureddu nel corso del 2001/2002, hanno posto in luce una ricca necropoli di pari epoca all’interno del medesimo albergo Scala di Ferro, che però, appare già costituita sin dalla seconda metà del III sec. a.C., dunque all’indomani della conquista romana della Sardegna. Questa area di necropoli, insieme con quella punico – romana di Bonaria, fa da controaltare alla necropoli punico – romana di Tuvixeddu.                        

          Con il tardo III sec. a.C. e ancor più nel II,  nei centri costieri isolani e anche all’interno, sono attestate le anfore vinarie greco italiche, che vengono meno intorno al 150 a. C., soppiantate dalla anfore vinarie Dressel I di principale produzione etrusca e campana, che a loro volta perdurano in uso nel corso del I sec. a.C.. Insieme con le anfore vinarie Dressel I, nei medesimi relitti, approdano come “merci parassitarie” le ceramiche a vernice nera di produzione campana (campana A) e di area etrusca (campana B),  che in Sardegna hanno un’ampia diffusione; su di esse vengono registrati  numerosi graffiti punici, greci e latini, con le attestazioni onomastiche, a Carales, di negozianti e impresari (negotiatores e mercatores)italici, fra cui Se(xtus) Herennius, Ar(untius?), Pro(culus) Met(ilius?). A partire dall’ultimo quarto del I sec. d.C. fino al VII d. C. arrivano a Carales le anfore africane contenenti olio, dette tripolitane I, II, III.        

           Nell’età classica ed ellenistica, e soprattutto in età romana imperiale, arrivano anche ritratti e statue in marmo, sia di magistrati, sia di imperatori. Quantunque siano attestate, con certezza, officine vetrarie anche nell’isola, diversi prodotti in vetro sono derivati da ateliers orientali e greci, oltre che della penisola italiana. La tabella di produzione dei vetri di Nora, area C, dà il 79% come di provenienza extrainsulare e  il 21%  da botteghe sarde.

          Il forum di Caralis  era situato probabilmente presso l’attuale piazza del Carmine e, come di regola, era abbellito di statue e di dediche agli imperatori, ai prefetti del pretorio, e ad altre autorità o a personaggi meritevoli.

          Non sono molti i dati conoscitivi riferiti alla tipologia delle navi utilizzate nella rotta da e per la Sardegna. Essi sono pertinenti quasi esclusivamente alle navi onerarie e non invece alle navi militari, molto ridotte nel numero. Si richiamano lo scafo di una nave oneraria rinvenuta nel porto di Sulci, negli anni “30  del XX secolo e i numerosi scafi di navi romane e tardo antiche (oltre che medievali) del porto di Olbia. Di queste ultime, “due sono pertinenti a età neroniano – vespasianea (seconda metà del I sec. d.C.) e ben quattordici al V sec. d.C., presumibilmente colate a picco in un unico evento disastroso, identificato plausibilmente da D’Oriano in un attacco dei Vandali al porto di Olbia, verso la metà del secolo”. A queste scoperte subacquee, come utile ausilio conoscitivo delle navi antiche, occorre aggiungere le documentazioni iconografiche, pittoriche, dei mosaici, sulle ceramiche,  dei graffiti parietali e scultoree.

         Fra queste documentazioni, si richiamano da Karales le naves longae raffigurate in bassorilievo su un frammento di una patera calena ombelicata, proveniente dallo scavo Mureddu 1992, di via Campidano, dello scorcio del III sec. a.C.. La decorazione figurata, disposta intorno all’ombelico della patera, presenta tre triremi, di cui tre pressoché integre e parte di una quarta. Si tratta di navi da guerra munite di un rostro. Anche con la rappresentazione graffita su un mattone bipedalis (con lato di due piedi, di circa 59,5 cm. di lato), derivato dal Palazzo di Re Barbaro di Porto Torres, del I sec.d. C.,  siamo in presenza di una navis longa, dotata di 21 remi, cioè di una nave militare piuttosto che oneraria. Altrettanto dicasi della raffigurazione presente sul disco di una lucerna del 180 / 230 d.C. da Olbia. Altro documento della marineria sarda è dato  dal graffito parietale raffigurante una navis oneraria della fine del I sec. d. C presso la parete A della stanza 7 della Domus Tiberiana del Palatino, a Roma, con la fiancata sinistra dello scafo che reca la acclamazione in lettere capitali Tharros felix et tu.

Presso il Foro delle corporazioni di Ostia, un pavimento musivo reca la rappresentazione di una navis oneraria, inquadrata superiormente da una tabula ansata recante l’epigrafe navicula(arii) et negotiantes Karalitani , (190 – 200 d.C.) e, “ai lati, da due grandi modii allusivi al trasporto del frumentum”. Raffigurazioni pittoriche di due naves onerarie di metà IV sec. d.C. sono attestate nel c.d. cubiculum di Giona del cimitero di Bonaria, ad indicazione esplicita del simbolismo cristiano della nave – chiesa da cui i suoi pastori svolgono la funzione di <<pescatori di uomini>>.  Sono di ulteriore interesse i graffiti navali, o meglio rappresentazioni a carboncino, che compaiono sulle parete di una delle celle dell’ipogeo di San Salvatore di Cabras, di IV sec. d. C., fra cui si riconoscono due esemplari di naves onerariae, e “un’imbarcazione di giunchi che sopravvive ancora  nelle lagune dell’Oristanese, il fassoni”.

Un’altra raffigurazione incisa di navis oneraria di tradizione romana, pertinente  al  V sec. d.C., accompagna l’epigrafe incisa su lastra rettangolare di chiusura di un sarcofago dell’area cimiteriale paleocristiana di Cornus, da parte di un Silbanos sulla tomba del padre Maximus. Poppa e prua sono notevolmente elevate mentre su entrambe compare un chrismon, che viene ripetuto sulla destra dell’epigrafe, alla cui conclusione del testo compare una colomba che reca nel becco un ramoscello di ulivo.

          Gli studi più accreditati dei fatti economici dell’antichità e dell’alto Medioevo concordano nel rilevare una sostanziale continuità della dinamica degli scambi tra periodo romano imperiale e alto Medioevo, con una soluzione data dalla <<rivoluzione>> mediterranea determinata dall’espansione araba.  

                                                                        

                                                         

    

                                                                                    

Bibliografia

ATZENI E. 1981: Aspetti e sviluppi culturali del neolitico e della prima età dei metalli in Sardegna,in “AA.VV., Ichnussa, 1981, Milano

E. ATZENI, 2003. Cagliari preistorica, CUEC.Associazione culturale Filippo Nissardi, a cura, 2000: Tuvixeddu. La necropili occidentale di Karales, in Atti della Tavola Rotonda internazionale “La necropoli antica di Karale nell’ambito mediterraneo (Cagliari, 30 novembre – 1 dicembre 1996), Edizioni della Torre, Cagliari.

BARRECA F., 1986, L’esplorazione di S.Igia nel quadro della ricerca scientifica sul passato della città di Cagliari, in inAA.VV., 1986: S. IGIA. Capitale giudicale. Contributi all’incontro di studio “Storia, ambiente fisico e insediamenti umani nel territorio di S. Gilla” (Cagliari), 3-5 novembre 1983, ETS, Pisa, pp. 119 – 121.

BARTOLONI P. 2000, Le navi della battaglia del Mare Sardonio, in BERNARDINI P., SPANU P.G., ZUCCA R., a cura, MACHE, La battaglia del Mare Sardonio. Studi e ricerche, La Memoria StoricaMythos, Cagliari – Oristano, pp. 85 – 96.

BONINU A. 1997, Una nave in cotto da Porto Torres, in VII Settimana della cultura scientifica (Sassari 4 – 13 Iscri

COSSU A.M. 1990, I pescatori di Cabras, S’Alvure Ed. Oristano.

DE MARINIS G., 2002, Due frammenti di vasi tripodi di tipo sardo, in  AA.VV,, Etruria e Sardegna centro settentrionale tra l’Età del  Bronzo Finale e l’Arcaismo, Atti del XXI Convegno di Studi Etrusco – Italici, Sassari, Alghero, Oristano, Torralba, Pisa – Roma, 13 – 17 Ottobre 1998,pp. 175 - 178

FUGAZZOLA DELPINO M.A., MINEO M., 1995, La piroga neolitica del lago di Bracciano (“La Marmotta I”), B.P.I. vol. 86, pp. 197 – 266,

GIANNATTASI B.M. 2003, Nora. Area C. Scavi 1996 – 1999, Brigatti Ed. Genova.

LOCCI M.C., 1991, Il villaggio nuragico di Is Bingias – Terramàini (Pirri – Cagliari), QuadACa 7/1990, pp. 89 – 103.

LO SCHIAVO 1995, Ancore di pietra dalla Sardegna: una riflessione metodologia e problematica, in AA.VV., I Fenici: ieri oggi domani. Ricerche, scoperte, progetti (Roma, 3 – 5 marzo 1994, Accademia Nazionale Lincei – C.N.R., pp. 409 – 421.

R.MARTORELLI – D.MUREDDU, a cura, 2002: Cagliari. Le radici di Marina. Dallo scavo archeologico di S.Eulalia, un progetto di ricerca, formazione e valorizzazione. Scuola Sarda Editrice.

MASTINO A. 1992, Le iscrizioni rupestri del templum alla Securitas di Tito Vinio Berillo a Cagliari, in GASPERINI L. a cura 1992, Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle Iscrizioni rupestri di età romana in Italia. Roma – Bomarzo 13 – 15. X. 1989. Roma, pp. 541 – 589.

MELONI P., 1995. Il porto di Cagliari in epoca romana, in Almanacco di Cagliari, 1995.

MOSCATI S. 1991, Le terrecotte figurate di S.Gilla, con la collaborazione di M.L.UBERTI e P.BARTOLONI, MultigraficaEd. Roma.

MUREDDU D., ZUCCA R.,2003, Epitafi inediti della necropoli sud – orientale di Karales (Sardinia), Epigraphica LXV, 2003, Faenza, pp. 117 – 145.

PECORINI G., 1986: Considerazioni geomorfologiche intorno a S.Igia (Tagno di S.Gilla, Cagliari, inAA.VV., 1986: S. IGIA. Capitale giudicale. Contributi all’incontro di studio <<Storia, ambiente fisico e insediamenti umani nel territorio di S. Gilla (Cagliari)>>, 3-5 novembre 1983, ETS Ed. Pisa, pp. 15 – 20.

D.SALVI, 1991: Contributo per la ricostruzione topografica della Cagliari punica. Notizie preliminari sullo scavo di S. Gilla 1986 – 87, in Atti del I Congresso internazionale di Studi Fenici e Punici,  Roma 9 – 14 novembre 1987, C.N.R., Roma,  pp. 1215 – 1220.

SALVI 2000/A, I relitti di alta profondità lungo le coste della Sardegna meridionale, L’Africa Romana 14, II, pp. 1139 – 1150.

SALVI D. 2000/B, Tomba su tomba. Indagini di scavo condotte a Tuvixeddu nel 1997. Relazione preliminare, RivStFen, XXVIII, 1, pp. 57 – 78.

SALVI D. 2001, Attraccare sul passato. Il giacimento archeologico del porto di Cagliari,, in BENINI A., GIACOBELLI M. a cura 2001, in Atti del  II Convegno di archeologia subacquea. Castiglioncello, 7 – 9 settembre 2001, pp. 61 – 75.

SANNA I. 2000, Le prospezioni subacquee, in AA.VV., 2000, L’acqua e il tempo. Prospezioni di archeologia subacquea nelle acque di Gonnesa, Soprintendenza Archeologica Cagliari – Comune di Gonnesa. Cagliari, pp. 19 – 46.

SANTONI V., 1993, Cagliari – Preistoria e protostoriain AA.VV., 1993: C. TRONCHETTI – I.a CHESSA – L. CAPPAI – L. MANFREDI – V. SANTONI – G. SORRENTINO,  Lo scavo di via Brenta a Cagliari. I livelli fenicio punici e romani, in “QuadACa 9/1992. Supplemento. pp. 15-22.

SANTONI V. 2009, La cultura del Bronzo Antico I – II in Sardegna, in AA.VV., La preistoria e la protostoria della Sardegna, Atti della XLIV Riunione Scientifica, Cagliari, Barumini, Sassari 23 – 28 novembre 2009,  Firenze,pp. 113 – 121.

SANTONI V., 2010, Gonnesa, Nuraghe Serucci. IX Campagna di scavo 2007 /2008. Relazione e analisi preliminare, con Appendice di Donatella Sabatini in FastiOnlineDocuments&Research. AIAC. 2010 (in corso di edizione).

TRONCHETTI C. 1993: Parte I. La fasi di vita, in AA.VV., Lo scavo di via Brenta a Cagliari. I livelli fenicio – punici e romani, in QuadACa, 9/1992 Supplemento.

TRONCHETTI C., 1999, Frammento di vaso caleno da Carales, QuadACa 15/1998, pp. 172 – 174.

Ugas G., 1987/B, “Considerazioni sullo scavo e sui reperti delle capanne 1 e 5”, in AA.VV. La Sardegna nel Mediterraneo tra il secondo e il primo millennio a.C.. in Atti del II Convegno di Studi <<Un millennio di relazioni fra la Sardegna e i Paesi del Mediterraneo>>, Selargius – Cagliari, 27 30 novembre 1986, Quartu S.Elena: 167-200.

USAI 1988, Testimonianze di cultura materiale antica, in AA.VV., Domus et carcer Sanctae Restitutae.Storia di un santuario rupestre a Cagliari, Cagliari, pp. 107 – 145.

VAGNETTI L. 2000, I Micenei fra Mediterraneo orientale ed occidentale dopo la fine dei palazzi, in Magna Grecia e Oriente mediterraneo prima dell’età ellenistica. Tti del trentanovesimo convegno di studi sulla Magna Grecia. Taranto 1 – 15 ottobre 1999, pp. 63 – 89.

ZUCCA R. 2005/A: MASTINO A., SPANU P.G., ZUCCA R., Mare Sardum. Merci, mercati e scambi marittimi della Sardegna antica, in Tharros Felix /1,  Carocci Ed.

ZUCCA R. 2005/B, Gli oppida ed i populi della Sardinia, in MASTINO A., Storia della Sardegna antica, Il Maestrale. Recco (GE).pp. 205 - 333